Articolo di Giuseppina Irene Groccia

Che cosa diventa l’immagine quando rinuncia alla sua funzione di documento, di traccia fedele del reale?
È da questa domanda che si può entrare nel lavoro di Willy Indiviglia, che da tempo sembra assegnarsi il
compito di sottrarre la fotografia alla sua dimensione più ovvia.

Non la fotografia come cronaca o registrazione del mondo, ma come spazio di metamorfosi visiva e interiore. Un territorio ibrido in cui la sapienza di chi ha attraversato l’epoca degli acidi di camera oscura si innesta con l’immediatezza digitale del presente.
E allora la domanda ritorna, quasi inevitabile: che cosa stiamo davvero guardando, quando guardiamo una
sua immagine?
Fissare un’identità attraverso l’ombra è già, di per sé, una contraddizione.
Eppure nelle sue serie la sagoma dell’artista ricorre con insistenza: di spalle, nascosta dietro strutture geometriche, ridotta a cameo scuro che attraversa la scena.

Questo continuo apparire svanendo non è un effetto estetico, ma un nodo centrale della ricerca.
L’ombra in Indiviglia diventa uno spazio di libertà assoluta, un luogo in cui la giovinezza che si
dissolve dialoga con la necessità di esserci, di prendere posizione nel mondo.
E così la domanda si sposta:
quando la figura si scioglie nel colore, stiamo assistendo a una cancellazione o a una nuova emersione del
sé?

Spesso il processo creativo non segue un progetto rigidamente definito, ma si accende attraverso l’ascolto
della musica. Il flusso sonoro agisce come un catalizzatore emotivo, riattiva memorie e pensieri latenti,
guidando l’istinto nella costruzione dell’immagine.
E qui la domanda si rinnova ancora: quanto conta il suono nel vedere?
I passaggi tonali, le dissolvenze, le sovrapposizioni cromatiche esasperate diventano allora variazioni
ritmiche, traduzioni visive di una partitura invisibile.
L’istinto, guidato dalla musica, permette una sintesi precisa: la densità dei neri si fonde con la leggerezza delle velature, con le trasparenze che abitano lo schermo come sospensioni temporanee della forma.

Questo stesso andamento ritmico si estende alla scultura, dove il gesto si fa volume e la materia si piega in
linee morbide, sinuose, quasi liquide.
Anche qui la domanda resta sottotraccia: è possibile tradurre un suono in materia?

L’uso degli strumenti contemporanei è un altro punto cruciale.
In un tempo in cui lo smartphone produce immagini in serie, spesso distratte, Indiviglia lo trasforma in un dispositivo di riflessione lenta.
L’applicazione fotografica diventa un’estensione della mano, un gesto quasi pittorico sullo schermo.
E allora, la tecnologia è davvero neutra, oppure diventa ciò che l’artista decide di farne?
Non esistono filtri predefiniti nel suo lavoro. Esistono sovrapposizioni di luce, sfocature calibrate, texture e
saturazioni spinte oltre il limite.
L’imperfezione cercata, l’errore digitale intenzionale, diventano la sua personale pellicola sensibile.

Ma la ricerca non si esaurisce nella superficie bidimensionale. Esiste un legame più profondo tra immagine
e scultura, tra pixel e materia. Nel legno, le venature, le fratture, i nodi vengono ascoltati e seguiti come
tracce del tempo; nell’argilla, invece, la forma si addolcisce, si apre in curve continue, come dune modellate
dal vento. E ancora una volta la domanda si ripresenta: dove finisce la fotografia e dove inizia la scultura?

L’opera “Tutto ritorna” sembra confermare questa circolarità: una figura sospesa in una corsa interna a
un’orbita scura, stratificata, come se ogni immagine fosse destinata a riemergere trasformata.
Nulla si chiude davvero, tutto ritorna in forma diversa. La scultura diventa fotografia che ha conquistato il volume; la fotografia diventa scultura che ha perso la gravità.
Osservando la produzione plastica, emerge la stessa urgenza poetica del digitale. Il legno e l’argilla non
sono materiali opposti all’immagine, ma sue estensioni. Le superfici levigate e quelle ruvide, i pieni e i vuoti,
le aperture che lasciano passare la luce: tutto sembra tradurre in tre dimensioni ciò che nelle immagini
digitali è solo vibrazione luminosa.
E allora la domanda iniziale si fa più precisa: che cosa unisce davvero questi linguaggi?
La risposta si avvicina lentamente, attraverso stratificazioni. Alberi, fiori, nuvole, frammenti naturali non
sono decorazioni, ma residui affettivi, tracce di memoria che vengono rielaborate. Ogni immagine diventa
una piccola macchina del tempo, un passaggio continuo tra ciò che è stato e ciò che si trasforma.
La musica, ancora una volta, resta il battito sotterraneo di questo processo, il ritmo che organizza il flusso
delle visioni.
E così, tornando alla domanda iniziale:” Che cosa diventa l’immagine quando smette di documentare il
reale?”
La risposta non può essere un punto fermo, né una definizione chiusa.
Si deposita piuttosto in una serie di passaggi, di slittamenti successivi, come se ogni immagine portasse dentro di sé un passaggio già avvenuto e insieme ancora in corso. Perché in queste opere nulla sembra davvero coincidere con la sua forma immediata.
Un albero non è mai soltanto un albero, così come un’ombra non coincide mai con la sua semplice proiezione.
Tutto appare leggermente.
