Articolo di Ilaria Pisciottani

C’è una linea mediana che attraversa il campo della nostra società.
Non è una linea di confine, ma un’arteria pulsante, un fiume in piena di persone che ogni giorno si rimboccano le maniche.
Sono i mediani: il popolo, i dipendenti, gli studenti, gli operai, i giornalisti, persino i conduttori e gli autori televisivi.
Sono tutti coloro che, con pazienza e sudore, costruiscono, insegnano, informano e mandano avanti il mondo.
Sono lo zoccolo duro, il motore instancabile che “fa”.
E poi, sopra di loro, ci sono i vertici.
Figure effimere, quasi mitologiche, che appaiono e scompaiono come stagioni impazzite.
Arrivano con le loro nuove strategie, le loro parole d’ordine inglesi, i loro piani quinquennali che durano a malapena un’estate.
Non conoscono la fatica del campo, l’odore dell’olio motore, il peso di una pila di compiti da correggere, i bisogni della gente comune o l’ansia di una scadenza.
Eppure, impongono. Decidono. E, soprattutto, disfano.
Ogni volta che un vertice cambia, per il mediano è come assistere al ritorno dei Proci.
Il lavoro certosino, quella tela intessuta con notti insonni e dedizione assoluta, viene guardato con sufficienza. “Interessante, ma ora si cambia tutto”.
E così, come una moderna Penelope, il mediano deve disfare il suo gomitolo, sfilare i fili del progetto a cui ha dato l’anima e ricominciare da capo.
Non per un errore suo, ma per un gioco di potere a cui non partecipa, uno sterile Risiko giocato sulla sua pelle.
In questo ciclo perpetuo, non ci sono medaglie né onori per chi resta.
L’unica ricompensa è la consapevolezza di essere l’ingranaggio indispensabile, quello che, nonostante tutto, continua a girare, con senso del dovere, onestà intelletuale e diligenza del buon padre di famiglia.
E’ il caso di fare luce su questa grande verità? secondo me si, secondo voi?
Ogni giorno il mediano deve ingoiare l’arroganza di chi impone senza sapere, sopportare la frustrazione di vedere il proprio lavoro minato non dalla competizione, non da uno più bravo di lui a fare, che darebbe anche un certo sollievo, ma dall’incompetenza vestita di autorità.
Il suo sogno non è la rivoluzione, ma la libertà.
La libertà di poter costruire senza che nessuno, per puro capriccio, arrivi a demolire.
La libertà di usare la propria conoscenza senza doverla piegare alla volontà di chi non sa.
È una battaglia silenziosa, combattuta ogni giorno per non diventare schiavo di un sistema che premia l’apparenza e punisce la sostanza.
E così, rimane con un urlo bloccato in gola.
Un urlo che vorrebbe scagliare in faccia a chi “disfa”, a chi confonde il comando con la competenza, a chi gioca sulla sua vita senza mai aver vissuto un’ora della sua fatica.
Forse, la vera domanda non è come sopravvivere ai vertici, ma immaginare un mondo dove il valore risiede finalmente nel “fare” e non nel decidere.
Un mondo dove la tela di Penelope, una volta finita, possa essere ammirata per la sua bellezza, invece di essere disfatta all’alba di un nuovo giorno.
Sarebbe bello avere dei giorni sempre più virtuosi e creativi, in cui non si ripetano sempre i soliti clichè distruttivi, dove non resti solo la rabbia, la stanchezza e una frustrante e granitica certezza che il mondo non poggia sui loro troni, ma sulle nostre mani.
