Articolo di Ilaria Pisciottani

L’11 aprile scorso, al Vintage Café artistico letterario di Ermelinda Pipieri, a Corigliano Rossano, non si è inaugurata una mostra nel senso consueto, si è aperto un luogo di attraversamento. 

Dieci opere di grande formato della serie Emotive Art, firmate da Giuseppina Irene Groccia in arte GiGro, hanno occupato la parete lunga del caffè come una processione laica. 

Non erano semplicemente appese ma erano come in ascolto.

La curatela poetica è stata di Giuseppe De Rosis, che ha costruito corrispondenze precise tra ogni quadro e un testo dell’artista. A darne voce, dieci lettori del territorio: Placido Bonifacio, Angela Campana, Franco Cirò, Maria Curatolo, Giacomo Lauricella, Giusy Liguori, Dora Mauro, Lella Persiani, Ermelinda Pipieri, Ida Proto.

Il sassofono di Antonio Scarpello non ha accompagnato ha respirato

E al centro della sala, l’abito “Galatea” dell’Associazione Ruskia, indossato da una modella, con la presenza di Veronica Martino, ha ricordato che lì arte, poesia e corpo non erano discipline separate, ma un unico flusso.

Guardando le fotografie della serata, la prima cosa che mi ha colpita non è stata la bellezza, è stata l’interruzione.

Nel primo quadro a sinistra, un volto femminile era tagliato da una banda turchese che copriva naso e zigomo, mentre il rosso delle labbra resisteva in basso. 

La materia era craquelée, come un affresco antico esposto al vento digitale. 

Nel secondo, accanto, la figura appariva quasi diafana: un occhio giallo acceso, il collo lungo, e sul busto una rete nera di linee che sembravano neuroni, radici, merletti. 

Più avanti, un’opera si faceva scrittura: il kimono nero era interamente percorso da ideogrammi bianchi, il volto era una maschera di porcellana incrinata da campiture blu e rosse.

GiGro lavora in una zona che la filosofia conosce bene.  Merleau-Ponty diceva che il colore non è sulla cosa, è una dimensione dell’essere e qui il suo turchese non decorava, pensava. Era un pensiero liquido. 

E Lévinas ci ricorda che il volto non è un’immagine da contemplare, è un appello. 

La nostra Gigro lo ha preso alla lettera e lo ha interrotto: lo ha frammentato, lo ha glitchato, lo ha cucito con il digitale, perché l’appello oggi arriva disturbato.

Ho chiesto all’artista: “Perché torni sempre al volto femminile, e perché lo rompi?”

GiGro mi ha risposto: “Perché il volto è l’unico luogo dove l’interno non riesce a nascondersi del tutto. Non mi interessa il ritratto somigliante. Mi interessa la soglia. Quel turchese che vedi non è un colore, è il momento in cui una donna trattiene una parola. Il rosso è quando la parola esce lo stesso. Rompo perché siamo rotti, ma non in modo patetico. In modo onesto. La pittura nasce intera, poi la passo nel digitale e la rimetto in discussione. È come quando ti guardi allo specchio dopo una notizia forte: ti riconosci e non ti riconosci

Non a caso l’antropologia insegna che il volto è la prima maschera rituale. David Le Breton lo chiama “il più umano dei paesaggi”. Victor Turner parlava di liminalità, di quei momenti in cui non sei più quello che eri e non sei ancora quello che sarai. 

Le donne di GiGro stavano tutte lì, la sera dell’11 aprile. Icone pop, madonne, ma anche figure di passaggio. 

La rete nera sul torso della seconda opera non era un decoro: era un diagramma antropologico.  Assomigliava ai vasi sanguigni, ai sentieri di un villaggio, ai fili di una rete da pesca calabrese. Era il corpo come mappa di relazioni.

L’opera con gli ideogrammi, invece, portava il volto fuori dall’Occidente, lo faceva migrare. La scrittura diventava pelle, come nei tatuaggi rituali.

Poi è entrata Galatea.

L’abito bianco, con la cintura e i bracciali dorati che si vedono nelle foto della serata, non è stato un vezzo scenografico.

Galatea, dal greco gala, latte, è ninfa marina, materia che cambia forma.

 L’Associazione Ruskia lo ha cucito come si cuce un mito: per ricordare che la trasformazione è un lavoro artigianale, lento.  L’antropologia mediterranea è piena di queste figure marine che stanno tra natura e cultura.

GiGro le ha messe accanto ai suoi volti per dire che l’identità non è data, è tessuta.

Ho chiesto inoltre all’artista: “Il tuo lavoro è interamente digitale, ma alla base si percepisce una solida competenza pittorica. È proprio questa formazione che ti permette di intervenire in modo più consapevole sull’immagine, arrivando a spezzare una figura che altrimenti tenderebbe al figurativo realistico. Che ruolo ha, quindi, la pittura all’interno di questo processo?”

GiGro mi ha risposto: “La pittura non è presente come tecnica in questi lavori. Sono opere realizzate interamente in digitale, con alcuni interventi manuali eseguiti esclusivamente tramite penna grafica. Ma la pittura è la base da cui parto. È una competenza di base che mi permette di sapere dove intervenire, come forzare l’immagine. Senza questa consapevolezza, il digitale rischierebbe di restare superficiale. Invece posso spezzare la figura, allontanarla dal realismo. Posso costruire e distruggere con più controllo. La pittura, anche se invisibile, guida tutto il processo.”

Infatti la sociologia contemporanea, da Goffman a Byung-Chul Han, ci dice che oggi siamo condannati alla trasparenza. Dobbiamo mostrarci lisci, leggibili, performanti. Il selfie filtrato è la forma sociale dominante del volto.

Le Emotive Art di Groccia hanno fatto l’operazione opposta, quella sera al Vintage. Non hanno offerto un volto da consumare, hanno offerto un volto da attraversare. 

Goffman parlava di “ribalta” e “retroscena”. Qui la ribalta era crepata. Il turchese copriva, il nero graffiava, la scrittura a mano sul quadro in esposizione dove accanto troviamo fotografata Gigro con quella frase appena leggibile, era il retroscena che saliva in superficie.

È stato un gesto profondamente sociologico: restituire opacità in un’epoca che pretende chiarezza. 

Le dieci voci scelte dal Prof. De Rosis non hanno “spiegato” i quadri. Li hanno abitati. E questo è stato fondamentale: in una società che isola, Groccia ha costruito un rito collettivo.

Il Vintage Café, con i suoi tavolini verdi e le lampade calde, è diventato quello che i sociologi chiamano un “terzo luogo”: non casa, non lavoro, ma comunità.

L’ultima domanda all’artista è stata:” Perché hai voluto che ogni quadro avesse la sua poesia letta ad alta voce?

GiGro ha risposto con veemenza: “Perché l’immagine da sola oggi mente per eccesso. Siamo saturi di immagini. La parola rallenta. Quando i vari lettori hanno letto il mio testo davanti al quadro, è successa una cosa semplice e antica: qualcuno ha ascoltato.  La poesia non descrive il ritratto, lo interroga.  E il ritratto risponde cambiando colore a seconda di chi ascolta.  È questo che volevo con il Prof. De Rosis: non un catalogo, ma una corrispondenza amorosa. Una serata che non ha illustrato, è accaduta“.

Nella foto in cui l’artista è accanto alla modella in abito Galatea tiene in mano proprio quel ritratto con gli occhi turchesi e il collo ornato di fiori bianchi su fondo blu. È stata l’immagine perfetta di Animae Poetica: Oriente e Magna Grecia, digitale e artigianato, pittura e corpo vivo, tutto sulla stessa soglia.

Il sassofono di Antonio Scarpello, non ha fatto da sottofondo, ha aperto varchi ed Ermelinda Pipieri, padrona di casa, ha letto e ha accolto.

Non c’è stata separazione tra artista e pubblico, tra opera e rito.

Filosofia, antropologia e sociologia quella sera non sono state citazioni dotte, sono state strumenti per capire perché quelle opere funzionavano. 

La filosofia ci insegna che il volto è etica, non estetica.  

L’antropologia invece insegna che il volto è maschera di passaggio. 

E la sociologia ci suggerisce che il volto oggi è merce, e l’artista Giuseppina Irene Groccia in arte GiGro ci ha restituito la opacità sacra del ritratto.

Animae Poetica non è stata dunque una mostra sulle emozioni, è stata una pratica delle emozioni come forma di conoscenza.

GiGro non ha dipinto donne.  Ha dipinto il momento in cui una donna diventa soglia per chi guarda. 

E in quella soglia, come nelle sue tele viste a Corigliano, ci si è potuti finalmente riconoscere senza doversi spiegare.

Le foto dell’evento sono di Francesco Verardi.

Questo format sarà riproposto il 23 maggio anche nel Duomo di Cosenza, dove si terrà una mostra personale dell’artista, in occasione del 450° anniversario del miracolo della Madonna del Pilerio, patrona della città di Cosenza.

La mostra sarà curata e diretta artisticamente da Mariateresa Buccieri, storica e critica d’arte, e avrà come titolo “Segni di Cura”.

Non mancate!

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