Articolo di Ilaria Pisciottani

Nicola Bertellotti, storico, fotografo, esploratore.
Il suo progetto fotografico ci conduce in un viaggio visivo attraverso le pieghe del tempo.
Le immagini di Bertellotti non sono semplici istantanee, ma portali che si aprono su un passato dimenticato, su storie sospese, su architetture che sussurrano segreti inconfessabili.
Ma chi è veramente Nicola Bertellotti?
Quale scintilla ha acceso la sua passione per l’oblio, per i luoghi abbandonati, per le vestigia di un’epoca che fu?
Bertellotti è un archeologo dell’anima, un ricercatore di tracce, un interprete di silenzi.

Le sue esposizioni in gallerie e musei internazionali testimoniano il valore universale del suo lavoro, la sua capacità di toccare corde profonde nell’animo dello spettatore.
La sua arte si nutre di esplorazione, e la sua esplorazione si eleva ad arte, in un connubio indissolubile.
Le case che Bertellotti fotografa sono più che semplici edifici abbandonati.
Sono scrigni di memorie, custodi di vite vissute, teatri di gioie e dolori.
Sono case da sogno, spesso decadenti, ma intrise di un fascino irresistibile.

Chi non vorrebbe, almeno per un istante, varcare la soglia di una di queste dimore e lasciarsi avvolgere dalla loro aura malinconica?
Perché questa attrazione per il decadimento, per la bellezza sfiorita, per il fascino delle rovine?
Dietro la filosofia delle rovine c’è forse una attrazione Inconscia?
Il lavoro di Bertellotti ci invita a interrogarci sul significato profondo delle rovine.
Perché ci attraggono tanto?
Forse perché ci ricordano la nostra fragilità, la nostra mortalità, la caducità di ogni cosa.
Forse perché risvegliano in noi un senso di nostalgia per un passato idealizzato, per un’epoca in cui la vita sembrava più autentica, più semplice, più vera.
Forse perché toccano la nostra memoria collettiva, evocando immagini e sensazioni che risiedono nel nostro inconscio.
Ma c’è di più. Le case di Bertellotti sono spazi sospesi tra passato e presente, luoghi in cui il tempo sembra essersi fermato.

Abitarle, anche solo con lo sguardo, significa immergersi in una dimensione atemporale, liberarsi dalle catene del quotidiano, lasciarsi cullare dal flusso inesorabile della storia.
Le fotografie di Bertellotti sono un memento mori, un monito sulla fragilità della bellezza. u
Eh si! Tutte le cose, anche le più splendide, sono destinate a svanire, a decadere, a scomparire.
Queste case meravigliose, un tempo piene di vita e di calore, ora giacciono abbandonate, silenziose testimoni di un’epoca passata.
Perché sono state abbandonate?
Chi le ha abitate?
Quali storie hanno custodito tra le loro mura?
Attraverso il suo obiettivo, Nicola Bertellotti non si limita a documentare l’esistenza di questi luoghi dimenticati, ma ci invita a riflettere sul nostro rapporto con il tempo, con la memoria, con la bellezza, con la caducità.
Ci spinge a interrogarci sul significato profondo dell’abbandono, sulla natura effimera della vita, sulla necessità di preservare il nostro patrimonio culturale e la nostra memoria collettiva.
Bertellotti, ci restituisce storie interrotte, frammenti di esistenza che altrimenti sarebbero destinati all’oblio.
Ci offre uno sguardo inedito sul passato, un’occasione per riconnetterci con le nostre radici, per comprendere meglio chi siamo e da dove veniamo.
E, forse, per dare un senso al nostro presente.
Le sue fotografie sono un invito a viaggiare nel tempo, a esplorare i meandri della memoria, a riscoprire la bellezza nascosta nelle pieghe del passato.
Nicola Bertellotti ci permette di fare osservando le sue fotografie, un viaggio visivo ed emotivo che lascia il segno.

Bertellotti come altri grandi fotografi di dimore, si è immerso nel fascino del decadimento.
Vorrei a tal proposito ricordare alcuni colleghi di Bertellotti nel settore.
Romain Veillon, fotografo francese, noto per il suo lavoro sul tema dell’urban exploration, immortalando luoghi abbandonati in tutto il mondo.
Le sue immagini evocano lo stesso senso di nostalgia e bellezza decadente che caratterizza l’opera di Bertellotti.
Veillon esplora non solo edifici storici ma anche parchi divertimento, teatri e fabbriche, ognuno dei quali racconta la propria storia di vita passata e di abbandono presente.
Un altro nome di rilievo è Edward Burtynsky.
Lui è il grande fotografo canadese che, con il suo lavoro sull’Antropocene, ha ispirato le ricerche di Bertellotti sulla archeologia industriale.
Tuttavia, il lavoro di Bertellotti si distingue per la sua profonda connessione con le radici italiane, che emerge chiaramente anche all’estero, conferendo alle sue opere un carattere unico e riconoscibile.
I libri che hanno guidato il lavoro di Bertellotti sono stati:
“La polvere del mondo” di Nicolas Bouvier
“Rovine e Macerie” di Marc Augè
“Le sette lampade” dell’architettura di John Ruskin
“Il terzo paesaggio” di Gilles Clément
Tra gli artisti americani troviamo Robert Polidori un fotografo rinomato per i suoi scatti di interni abbandonati.
Le sue opere rivelano il passaggio del tempo e il decadimento estetico, simili a quelli di Bertellotti.
Un altro americano importante è Christopher Payne, si è concentrato su luoghi industriali in disuso, come ospedali psichiatrici e fabbriche, offrendo uno sguardo unico su queste strutture.
Dall’Inghilterra invece Simon Marsden ha dedicato la sua carriera alla fotografia di case e castelli infestati, creando immagini che combinano il mistero e la storia.
Le sue opere, come quelle di Bertellotti, evocano una profonda riflessione sul passato e sulla sua persistenza nel presente.
Questi progetti di esplorazione visiva non sono solo un tributo alla bellezza perduta, ma rivestono un’importanza significativa dal punto di vista architettonico, antropologico e sociologico.
Documentano la trasformazione degli spazi urbani e rurali, preservando una memoria visiva di ciò che potrebbe andare perduto per sempre.
Dal punto di vista architettonico, queste immagini sono un archivio visivo che cattura dettagli e stili che altrimenti potrebbero essere dimenticati.
Sociologicamente, questi lavori ci costringono a confrontarci con le nostre radici culturali e a riflettere sulle dinamiche di sviluppo e abbandono che caratterizzano le nostre società.
Antropologicamente, esplorano l’interazione tra l’uomo e il suo ambiente, rivelando come le strutture abbandonate possano raccontare storie di vita, declino e rinascita.

In un mondo in continua evoluzione, questi progetti ci richiamano a considerare l’importanza di preservare il nostro patrimonio culturale e a riflettere su come la storia si intrecci con il presente e il futuro.
La rilevanza del lavoro di Bertellotti da lustro alla fotografia italiana in questo contesto e risiede nella sua capacità di connettere gli spettatori con un passato che, sebbene in rovina, continua a vivere attraverso immagini che lui ci restituisce grazie proprio ad una sua unicità di visione.
Mi piace chiudere questo mio video con alcune citazioni di Nicola Bertellotti
La prima:
“La mia fotografia non è solo immagine, ma un’antropologia per icone. Racconto l’Uomo che fu, colui che ha edificato e abitato questi spazi, lasciandovi tracce che oggi risuonano come un solenne requiem”
La seconda:
”Ogni mio scatto è un reperto, una rovina nel senso più profondo del termine. In questo teatro di macerie, metto in scena l’eterno conflitto tra Natura e Cultura.”
Ed infine quella che più è piaciuta a me:
“La mia fotocamera si fa “camera delle meraviglie”, testimone di un patrimonio fragile e prezioso.”
Sul sito di Nicola Bertellotti è possibile richiedere il catalogo della sua mostra “Ora che capovolta è la clessidra”

Grazie Nicola Bertellotti “Fotografo gentiluomo” per questo importante e generoso suo impegno a creare per preziose memorie per tutti noi.
[Immagini per gentile concessione di Nicola Bertellotti]
