Articolo di Ilaria Pisciottani

Quando qualcuno ti dice “ti rifugi in una torre d’avorio“, oppure “scendi dalla torre d’Avorio” non ti sta solo accusando di essere distante. 

Ti sta collocando in una geografia antichissima dell’anima: un luogo alto, bianco, liscio, da cui si vede lontano ma non si tocca nulla.

È un invito a smettere di isolarsi, di  abbandonare un atteggiamento intellettuale, superbo e distaccato dalla realtà quotidiana. 

È un invito a  confrontarsi con i problemi comuni con semplicità e umanità.

L’espressione ha una storia stratificata, e per questo continua a pungere.

Da dove viene l’immagine?

Non nasce con i professori universitari. 

La prima occorrenza è biblica: nel Cantico dei Cantici (7,4) il collo dell’amata è “sicut turris eburnea“, come una torre d’avorio. 

Da lì passa nelle Litanie lauretane come titolo mariano, simbolo di purezza inviolabile e separata.  

Ma l’avorio aveva già un’ambivalenza pagana. 

Omero, nell’Odissea, fa dire a Penelope:” i sogni ingannevoli escono dalla porta d’avorio, mentre quelli veri dalla porta di corno” 

Virgilio riprende l’immagine nell’Eneide. “L’avorio è bello, prezioso, ma associato alla finzione“.  

Il senso moderno arriva dalla Francia.

Nel 1837 il critico Charles-Augustin Sainte-Beuve scrive di Alfred de Vigny: “Et Vigny, plus secret, comme en sa tour d’ivoire, avant midi rentrait“.

Non è un complimento. È l’atto di nascita dell’accusa: il poeta che si ritira prima di mezzogiorno, che sceglie l’altezza all’azione.  

Dal XIX secolo la torre diventa il luogo dove “gli intellettuali si rinchiudono in attività slegate dagli affari pratici”, con una connotazione peggiorativa di elitarismo e disconnessione volontaria.  

Filosoficamente, la torre non è solo fuga. È la forma architettonica del bios theoretikos di Aristotele.

Platone ci aveva già messo in guardia con la caverna: chi esce vede il sole, ma deve tornare giù, e verrà deriso.

La torre d’avorio è la caverna rovesciata: non sotto terra ma sopra, non oscura ma abbagliante. In entrambi i casi il problema è lo stesso: che rapporto c’è tra vedere e vivere?

Gli stoici avrebbero diffidato dell’avorio perché liscio, senza appigli.

Per loro la virtù si esercita nella piazza, non sul belvedere.

La mia amata Hannah Arendt, duemila anni dopo, lo chiamerà conflitto tra vita contemplativa e vita activa: abbiamo bisogno di distanza per pensare, ma il pensiero che non torna nel mondo diventa sterile.

E qui sta il paradosso, senza torre non c’è pensiero critico.

Ogni disciplina seria ha bisogno di astrazione, di tempo non produttivo, di silenzio.

La matematica pura, la poesia, la teologia nascono perché qualcuno accetta di non essere utile oggi.

La torre è il laboratorio dell’inutile necessario.

Dal punto di vista antropologico, isolarsi non è patologia occidentale. È rituale.

Victor Turner parlava di liminalità: in tutte le società chi deve vedere per gli altri viene prima separato.

Lo sciamano digiuna sulla montagna, il monaco prende i voti, l’iniziando resta nella capanna.

La torre d’avorio è la nostra versione secolarizzata dell’hortus conclusus medievale, del monte Sinai, della tenda del sudore.

L’avorio stesso lo dice: è materia organica morta, dura, bianca, non porosa. Non respira.

Antropologicamente segnala purezza rituale e allo stesso tempo sterilità.

Salire in torre è un rito di purificazione dal contagio del quotidiano. Il rischio, noto a ogni cultura, è restarci: il guaritore che non ridiscende diventa stregone, il saggio che non parla più diventa idolo.

Per questo le società tradizionali prevedevano sempre un ritorno obbligato. La torre senza scala è una prigione.

Oggi “torre d’avorio” non lo diciamo più solo ai poeti.

Lo diciamo ai professori, ai tecnocrati, ai giornalisti, finanche ai founder in hoodie che parlano di AI da un campus californiano.

Pierre Bourdieu lo avrebbe spiegato come lotta per il capitale culturale: chi possiede il linguaggio astratto tende a naturalizzare la propria distanza, a farla diventare segno di superiorità.

La torre diventa allora dispositivo di distinzione sociale, non solo di pensiero.

La sociologia digitale aggiunge un colpo di scena. Non ci siamo liberati delle torri, le abbiamo moltiplicate.

Gli algoritmi creano torri d’avorio orizzontali: echo chamber di attivisti, di finanzieri, di tifosi, di accademici, ognuna convinta di vedere il mondo dall’alto mentre guarda solo il proprio riflesso.

L’accusa classica di elitarismo si è democratizzata: tutti possiamo rifugiarci, basta scegliere il feed giusto.

Eppure, come ricordava Erwin Panofsky, la torre non è solo fuga.

È anche “luogo di ritiro, ma anche di vigilanza e riflessione necessaria alla salute morale e intellettuale di una società. La torre diventa così un punto di osservazione privilegiato, da cui gli intellettuali lanciano allarmi”.  

Allora, rifugiarsi è colpa o compito?

Forse la domanda sbagliata è “dobbiamo abbattere le torri?”. La domanda giusta è: “hai costruito una scala?”.

Rifugiarsi in una torre d’avorio ha due movimenti possibili:

Difensivo: salgo perché il mondo è rumoroso, sporco, contraddittorio. Lucido l’avorio finché non riflette solo me. Qui la torre è anestesia.

Contemplativo: salgo perché da terra non vedo la forma della città. Prendo appunti, respiro, poi ridiscendo con una mappa. Qui la torre è strumento. 

La differenza non è nell’altezza, ma nel ritorno. Senza ritorno, anche la più nobile purezza diventa indifferenza.

Con il ritorno, anche l’astrazione più ardita diventa cura pubblica.

Dire a qualcuno “ti rifugi in una torre d’avorio” è quindi un invito antropologicamente antico: ricorda che sei salito per vedere meglio, non per non essere visto.

L’avorio, dopotutto, non è fatto per durare sotto la pioggia. O lo tieni pulito lassù, o lo porti giù dove può ingiallire, graffiarsi, e finalmente servire.

Condividi sui tuoi Social

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *