Articolo di Ilaria Pisciottani

Etichettare qualcuno come “credulone” è quasi sempre un’offesa.

Implica ingenuità, una mente semplice.

Nella nostra società, che premia il pensiero critico, credere con facilità è visto come una debolezza. 

Ma è davvero così semplice?

La tendenza a credere è solo un errore, o nasconde funzioni più profonde?

Per rispondere, dobbiamo interpellare la scienza, la filosofia e lo studio dell’uomo.

Il Cervello è Fatto per Credere. 

Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, il nostro stato mentale predefinito non è il dubbio, ma la credenza. 

Il filosofo Baruch Spinoza, già nel XVII secolo, ipotizzò che comprendere un’informazione significhi, in un primo istante, accettarla come vera. 

Il dubbio è un processo secondario che richiede uno sforzo cognitivo attivo. 

Credere è facile; dubitare è faticoso. 

Non è stupidità, è efficienza biologica.

Per quello oggi si parla tanto di analfabetismo funzionale, ovvero di persone che non riescono a comprendere più nulla, leggono o ascoltano un’informazione e non la comprendono. 

Il dubbio che subito si innesca rende tutto più faticoso ed inficia l’efficienza biologica cerebrale. 

La fiducia è il lubrificante della cooperazione umana. 

L’antropologia ci insegna che le culture si fondano su miti e valori condivisi in cui si “crede” collettivamente. 

Tuttavia, questo meccanismo si è evoluto in un mondo offline, dove la fonte era conosciuta e la sua reputazione era un metro di giudizio.

Oggi, nell’era digitale, questo filtro è saltato. 

Le informazioni sono decontestualizzate, provenienti da reti promiscue.

L’istinto a credere, utile in un villaggio, diventa un tallone d’Achille in un mondo iperconnesso, dove la disinformazione sfrutta la nostra predisposizione biologica alla credenza.

Il Danno Maggiore qual’è? 

L’Erosione della Fiducia nel Prossimo! 

Il bombardamento costante di notizie false, truffe e manipolazioni non genera solo creduloni, ma anche il loro opposto: un esercito di cinici che, per difesa, scelgono di non credere più a nulla e, soprattutto, a nessuno. 

Questa corrosione della fiducia interpersonale è forse il danno più grave e profondo per il tessuto sociale. 

La filosofia e la sociologia ci hanno avvertito per secoli sulle conseguenze di un mondo senza fiducia.

Il filosofo Thomas Hobbes, nel suo Leviatano, descrisse una vita senza un patto sociale basato sulla fiducia come uno “stato di natura”.

In questa condizione, la mancanza di fiducia reciproca porta a una “guerra di tutti contro tutti” (bellum omnium contra omnes), dove la vita umana diventa “solitaria, misera, sgradevole, brutale e breve”. 

Se smettiamo di fidarci del prossimo, ogni interazione diventa una potenziale minaccia, ogni cooperazione un rischio insostenibile. 

La società si disgrega e regredisce a una lotta per la sopravvivenza individuale.

Émile Durkheim, uno dei padri della sociologia, parlava di “solidarietà organica” per descrivere il legame che tiene insieme le società moderne e complesse.

Questo legame non si basa più sulla somiglianza (come nelle società antiche), ma sull’interdipendenza: ci fidiamo del medico perché curi i nostri figli, del pilota perché ci porti a destinazione, dell’ingegnere perché i ponti non crollino. 

Quando questa fiducia specialistica viene meno, la società precipita in uno stato di anomia: un collasso delle norme sociali, un senso di smarrimento e di mancanza di scopo che porta all’alienazione e al conflitto.

Lo storico e antropologo Yuval Noah Harari, in Sapiens, sostiene che la caratteristica unica della nostra specie è la capacità di cooperare su larga scala con individui sconosciuti. 

Questa cooperazione si fonda su “miti condivisi”: crediamo tutti nel valore del denaro, nei diritti umani, nelle leggi. 

Questa fede collettiva è una forma di fiducia estesa. 

Se iniziamo a dubitare di tutto e di tutti, perdiamo la capacità di credere in queste storie condivise. 

Senza di esse, come avverte Harari, la nostra civiltà globale, costruita su una rete invisibile di fiducia, semplicemente non può funzionare.

La soluzione non può essere né la credulità cieca né il cinismo corrosivo. 

La filosofa Hannah Arendt ha osservato che il soggetto ideale per il totalitarismo non è il nazista o il comunista convinto, ma l’individuo per cui la distinzione tra fatti e finzione, tra vero e falso, non esiste più. 

La perdita di fiducia nella realtà fattuale ci rende manipolabili.

Credere a tutto non è da scemi, è la nostra impostazione di base. 

Ma nell’era attuale, è un istinto da governare con intelligenza. 

Il pericolo più grande non è solo credere alla cosa sbagliata, ma arrivare al punto di non credere più in nulla e in nessuno.

Erigere un muro di cinismo ci isola e disintegra la società.

La vera saggezza sta in una fiducia critica e selettiva: mantenere la mente aperta, ma verificare le fonti. 

Accogliere le idee con curiosità, ma esaminarle con rigore. 

Soprattutto, significa lottare per preservare la fiducia nel prossimo come il bene più prezioso, perché, come ci insegnano i più grandi pensatori, una volta persa, perdiamo tutto il resto.

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