Articolo di Ilaria Pisciottani

Il vero lusso del 2026 è togliere, non aggiungere!

E a dirlo non è un guru del benessere, ma un’imprenditrice che da anni mappa l’Italia che resiste.

Elisabetta Faggiana, founder di Unexpected Italy, la startup premiata alle Nazioni Unite e definita dal Guardian «una bussola per viaggiatori consapevoli», lo chiama esattamente così: «il lusso della sottrazione».

È nata a Londra, ma ha il cuore in Italia la startup Unexpected Italy, progetto travel tech fondato da Elisabetta Faggiana e Savio Losito, lei di Vicenza e lui di Barletta, premiato anche alle Nazioni Unite per il suo approccio etico e innovativo al turismo.

Oggi l’app, descritta dal The Guardian come “una bussola per viaggiatori consapevoli”, è attiva in 18 territori italiani, tra cui Venezia, Roma, Genova, Torino, Padova, Vicenza e la Valle d’Itria, e si propone come un antidoto alle trappole del turismo di massa.

L’idea alla base è semplice ma rivoluzionaria: mappare luoghi autentici, incontrare personalmente artigiani, osti, produttori e piccoli albergatori, ed entrare in contatto con quelle realtà che ancora oggi resistono all’omologazione.

La loro app funziona come una “Lonely Planet 3.0”, geolocalizzata e targetizzata, in grado di suggerire itinerari costruiti su misura, con l’obiettivo di far sentire il viaggiatore parte della comunità locale, non un semplice consumatore di luoghi.

Premiata con il Roma Startup Award per l’originalità della proposta e la capacità di creare valore per il territorio, la piattaforma ha raccolto l’attenzione anche dei media internazionali: The Guardian ha dedicato articoli approfonditi all’iniziativa, in particolare per l’analisi del territorio vicentino e torinese, e stanno diventando un punto di riferimento importante per media e giornalisti internazionali.

Il lavoro di mappatura, condotto in prima persona dai due founder, ha permesso di costruire una rete selettiva e dinamica di migliaia di luoghi autentici, molti dei quali impossibili da trovare sui canali turistici convenzionali.

In città come Roma e Venezia, dove secondo recenti studi oltre il 70% dei turisti finisce in trappole commerciali, Unexpected Italy propone alternative concrete: ristoranti veri, botteghe vive, quartieri ancora abitati.

Unexpected Italy parte dal presupposto che il turismo, per essere sostenibile, debba tornare a essere relazione e trasformazione.

Il loro “algoritmo relazionale” non si basa su tendenze, ma su passioni e affinità, con alcune destinazioni suggerite solo a chi dimostra attenzione e rispetto.

“Non tutti i luoghi sono per tutti,” spiegano. “La nostra missione non è portare tutti negli stessi posti, ma far incontrare le persone giuste con i luoghi giusti.”

Un’idea di viaggio che non consuma, ma cura. E che dell’Italia restituisce finalmente l’anima.

«Il vero lusso, oggi, non risiede nell’aggiungere servizi, ma nell’avere il coraggio di togliere il superfluo», spiega.

Non un’altra spa, non un altro late check-out, non un altro canale in streaming.

Togliere il Wi-Fi.

Togliere l’auto sotto la porta.

Togliere il buffet.

È la risposta più radicale alla tendenza che sta ribaltando il turismo nel 2026: meno standardizzazione, più autenticità.

Meno comfort preconfezionato, più presenza vera.

Non è pigrizia, è stanchezza sociale

Perché ci attrae dormire su un letto alto come nel Medioevo, senza presa per il cellulare, o arrivare a piedi perché l’auto non può entrare?

Hartmut Rosa parla di «accelerazione sociale»: più andiamo veloci, più il mondo ci sfugge.

Byung-Chul Han, ne La società della stanchezza, descrive un uomo esausto non per mancanza, ma per eccesso di stimoli.

L’American Psychological Association stima che oltre il 70% degli adulti viva stress da sovraccarico informativo.

Harvard conferma: natura e detox digitale abbassano il cortisolo e restituiscono sonno e concentrazione.

Il turismo 2026 intercetta questo bisogno.

L’Istituto Europeo del Turismo lo chiama «Wellness Tourism e Vitamin T: tempo, tranquillità, trasformazione».

Ma cosa ci rende davvero felici? Di certo non il minibar!

Qui entra la parte più interessante. La psicologia positiva lo dice da vent’anni, e il turismo scomodo lo applica senza saperlo.

La felicità è relazionale, non transazionale.

Lo studio di Harvard sullo sviluppo adulto, che segue persone da 85 anni, ha una conclusione sola: non sono i soldi, né il comfort, né i follower a predire una vita felice.

Sono la qualità delle relazioni.

A Parco del Grep o a La Sosta di Ottone III non paghi un servizio, paghi un incontro: Francesco che ti porta il cesto, Angela che ti accompagna a piedi.

Ricordiamo i picchi, non la media.

Daniel Kahneman distingue tra «sé esperienziale» e «sé che ricorda».

Non ricordiamo le lenzuola a 300 fili, ricordiamo il momento in cui abbiamo aperto il cesto da picnic in quota, il pavimento che scricchiola a Sextantio, l’odore del legno recuperato a Cargador de Ron.

La scomodità crea attrito, e l’attrito crea memoria.

La felicità è eudaimonica, non edonica.

Aristotele chiamava eudaimonia la fioritura, non il piacere immediato.

Martin Seligman oggi la misura con il modello PERMA:

Emozione positiva; Coinvolgimento; Relazioni; Significato; Realizzazione.

Un hotel con tutto incluso ti dà solo la prima. Un borgo senza auto ti dà le altre quattro: ti coinvolge, ti connette, ti dà senso, ti fa sentire capace di adattarti.

L’antropologo Marcel Mauss studiava il dono nelle società tradizionali: la felicità nasceva dallo scambio, non dall’accumulo.

Epicuro, duemila anni fa, diceva che la felicità è atarassia, assenza di turbamento, non aggiunta di stimoli.

Togliere, quindi, non è una punizione. È igiene mentale.

L’antropologia del luogo contro il non-luogo.

Marc Augé definiva «nonluoghi» le hall identiche, le autostrade, le catene. Spazi che si attraversano, non si abitano!

Il turismo scomodo fa l’inverso: restituisce luoghi antropologici, carichi di storia e identità.

È l’otium di Seneca, non ozio, ma tempo per sé. È l’«abitare» di Heidegger, che è prendersi cura.

Victor Turner lo chiamava «liminalità»: quel passaggio scomodo in cui esci dal tuo ruolo e cambi davvero.

Camminare, aspettare, spegnere: non sono disagi, sono riti.

Sei luoghi dove la sottrazione diventa esperienza

Faggiana li definisce «presidi di resistenza culturale che preferiscono la coerenza all’algoritmo» che non vogliono piacere a tutti per forza.

1. Piemonte – Parco del Grep.

Due case sugli alberi, zero Wi-Fi, zero TV. Il cibo arriva in un cesto da picnic gourmet, dall’orto di Francesco.

2. Liguria– La Sosta di Ottone III

La Sosta di Ottone III. Lasci l’auto e sali a piedi. Sei stanze uniche, colazione à la carte per non sprecare.

3. Toscana – Follonico, Val d’Orcia.

Un casale in pietra dove «si disimpara la fretta», travi a vista e cucina stagionale.

4. Abruzzo – Sextantio.

Borgo medievale salvato da Daniele Kihlgren: letti alti, candele, brocche. Il comfort si conquista.

5. Veneto – Cargador de Ron.

Casera nel bosco di Valdobbiadene. Ultimo tratto impervio, arredi da legno recuperato.

6. Veneto – La Scuola Guesthouse.

Ex scuola anni ’20. Camere Storia, Geografia. Niente TV, gelato artigianale con l’Ape.

Non tutti i luoghi sono per tutti.

Unexpected Italy non usa un algoritmo di popolarità, ma un «algoritmo relazionale»: ti mostra solo ciò che sei pronto a rispettare.

In un mondo on-demand, l’attesa è l’atto più sovversivo.

Ecco perché paghiamo per stare scomodi: perché il comfort infinito ci ha resi spettatori.

La sottrazione, invece, ci rimette al centro. Non come clienti. Come ospiti.

Come dice Faggiana, rallentare non è rinuncia. È libertà.

E nel 2026, togliere è finalmente il nuovo aggiungere.

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