Articolo di Ilaria Pisciottani

A Barchi, Palazzo Lenci torna a vivere.

Borghi Invisibili 2026 trasforma un borgo rinascimentale delle Marche in laboratorio di forme, comunità e futuro, tra Palladio, Calvino e intelligenza artificiale.

Nel borgo rinascimentale di Barchi, frazione del Comune di Terre Roveresche (in provincia di Pesaro Urbino), nel 2025 è iniziato il progetto di rigenerazione di Palazzo Lenci, edificio simbolo della “città ideale” concepita nel Cinquecento dall’architetto Filippo Terzi su incarico del marchese Pietro Bonarelli della Rovere.

Dal 13 aprile 2026 Palazzo Lenci è tornato a essere cantiere, aula, piazza.

“Borghi Invisibili” è un’iniziativa di rigenerazione urbana e sociale partecipata avviata nel 2025 da 593 STUDIO Srl –  SB e Istituti Filippin – La Salle International Campus nell’area compresa tra i fiumi Metauro e Cesano nella Regione Marche, patrocinata dai comuni di San Costanzo e Terre Roveresche (PU) .

Il progetto nasce con l’obiettivo di valorizzare i piccoli borghi storici e le comunità delle aree interne, promuovendo percorsi di riattivazione territoriale che integrano interventi di recupero e valorizzazione del patrimonio architettonico, artigianale e culturale attraverso iniziative di innovazione sociale,  didattica innovativa, partecipazione civica, sperimentazione e ricerca attraverso collaborazioni con soggetti locali ed internazionali. 

La seconda edizione di Borghi Invisibili – Le Forme Invisibili, non inaugura una stagione di eventi: mette alla prova un’ipotesi antica con strumenti nuovi.

“Borghi Invisibili” si snoda in un ambito territoriale che incontra il lungomare di Torrette di Fano, e attraversa i paesaggi di San Costanzo e Terre Roveresche per giungere al borgo rinascimentale di Barchi, in cui trova spazio il cantiere permanente di Palazzo Lenci, il cuore pulsante del progetto. 

Matematica, Architetture e Città Ideali

L’invisibile tiene insieme il visibile, camminando per Barchi, tra l’arenaria consunta di Palazzo Lenci e la curva perfetta di un arco laterizio, la domanda ritorna con l’evidenza di un’ossessione gentile: cosa tiene insieme queste pietre da cinque secoli?

«Esiste una proporzione segreta che lega le pietre di un borgo antico alla perfezione di una sinfonia o alla struttura architettonica di un edificio. È questa l’intuizione che guida la seconda edizione».

Non è soltanto la malta. È una proporzione.

Andrea Palladio la chiamava armonia, una matematica morale capace di dare misura al mondo.

Filippo Terzi, che proprio qui, nelle Marche di Guidobaldo II, lasciò il segno nel Rinascimento, la traduceva in facciate “umane”, commisurate al passo, alla spalla, allo sguardo.

La proporzione era etica prima che estetica: un modo di stare insieme.

Oggi i laser scanner di 593 Studio rivelano ciò che l’occhio non vede più: allineamenti perduti, sezioni auree nascoste nei vicoli, la ricorrenza di un modulo 3:5 nelle bucature di Palazzo Lenci.

Come scriveva Calvino, «delle città non godi le sette o le settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda».

A Barchi, l’invisibile è proprio quella regola silenziosa e testarda che tiene insieme il visibile.

Abitare è un verbo transitivo, per questo Borghi Invisibili 2026 non è un restauro.

Presenti all’evento di lancio del progetto 2026, oltre ai sindaci e alle Pro Loco del territorio, anche un primo gruppo di studenti e docenti universitari tedeschi impegnati nella loro tesi di laurea in Architettura, una rappresentanza dell’Istituto Comprensivo Giò Pomodoro e del Liceo Artistico Apolloni di Fano, associazioni culturali ed aziende già coinvolte nel progetto.

Hanno raccontato l’iniziativa attraverso un breve dialogo a più voci: Sileno Rampado (Istituti Filippin); Mattia Vitali (Proloco di Barchi); Linda Ricciardelli (Proloco di Orciano); Domenico Carbone (Comune di San Costanzo) e Antonio Sebastianelli (Comune di Terre Roveresche).

Palazzo Lenci non viene musealizzato: viene abitato mentre si ripara, studiato mentre respira. È un cantiere permanente, antropologico prima che edile.

Gli studenti dell’IU International University e dei licei del territorio lavorano spalla a spalla con le maestranze locali.

Non ci sono tavole chiuse in un cassetto, ma taccuini dell’osservatore distribuiti agli abitanti: ognuno annota crepe, memorie, odori di cantina, l’altezza di un gradino consumato da generazioni.

Abitare, qui, torna a essere un verbo transitivo: si abita qualcuno, non solo qualcosa.

È un’etnografia del costruire.

Si misura con il corpo lo spazio tra due case, come facevano i muratori del Cinquecento senza teodolite, solo con corda e occhio.

E si scopre che la bellezza non è un ornamento: è la conseguenza di un uso giusto.

La questione, infine, è politica.

Le aree interne non hanno bisogno di turisti mordi e fuggi, ma di una nuova economia culturale.

Non di scenografie, ma di competenze che restano.

Borghi Invisibili propone un modello di ricettività etica: camere diffuse nelle case riattivate, laboratori aperti, archivi digitali accessibili, micro-residenze per artisti e ricercatori.

Non un albergo, ma un tessuto. Non un evento, ma una stagione lunga che tiene insieme artigiani, filosofi, ingegneri e contadini.

Borghi Invisibili tiene insieme i tre modi di cercare la città ideale: misura, narrazione, computazione.

Palladio. Cerca l’armonia matematica.

Per lui la proporzione non è decoro ma etica: se le parti sono in giusta relazione, l’uomo che le abita si sente in equilibrio. La bellezza è misura condivisa.

Calvino. Ne Le città invisibili, la città è desiderio e linguaggio, non pietra.

Marco Polo racconta a Kublai Kan città che non esistono, eppure esistono più delle altre, perché ci interrogano. La forma è racconto.

AI. Oggi l’intelligenza artificiale non inventa forme dal nulla: rivela pattern latenti. Come i laser scan, legge la nuvola di punti e mostra la sezione aurea nei vicoli, la ricorrenza di un ritmo, la grammatica dimenticata di una facciata.

È così che una comunità si ricuce: non importando il futuro da fuori, ma rivelando il futuro che era già implicito nella pietra.

Tra Palladio e l’algoritmo, tra Calvino e il cantiere, Barchi diventa laboratorio italiano per l’Europa che verrà un luogo dove la proporzione torna a essere patto civile.

Non è marketing.

È pitagorismo applicato.

Andrea Palladio cercava l’armonia nelle ville, Filippo Terzi la disegnava nella città ideale di Barchi per i Della Rovere, Italo Calvino la smontava in parole.

Oggi Borghi Invisibili fa le tre cose insieme: nella mostra di Alessandro Facchin i disegni palladiani dialogano con Calvino; nei rilievi laser scan di 593 Studio le mura diventano dati; nel projection mapping quei dati ridiventano pattern di Fibonacci proiettati sulle porte urbane.

La pietra non è più solo materia, è algoritmo reso visibile.

La domanda filosofica, allora, si sposta: cosa vediamo quando guardiamo un borgo?

Una rovina da musealizzare o una forma di pensiero?

La Sala delle Onde e la Sala della Materia a Palazzo Lenci suggeriscono la seconda risposta: tra lenti digitali che mostrano la texture interna del mattone e stanze immersive, il visitatore è invitato non a consumare, ma a immaginare la propria città ideale.

Misura e immaginazione tornano a parlarsi.

Un borgo non è un insieme di case. È un corpo di pratiche, odori, memorie orali. L’antropologia ci insegna che i luoghi muoiono quando si interrompe la trasmissione.

Borghi Invisibili interviene esattamente lì.

Il “cantiere permanente” di Palazzo Lenci , avviato nel 2025 da 593 Studio con gli Istituti Filippin , ha riaperto il Vicolo degli Ebrei, ha liberato scalinate dal cemento, ha fatto riaffiorare decorazioni floreali sotto intonaci novecenteschi.

Non è restauro filologico, è riappropriazione rituale.

I “taccuini dell’osservatore” distribuiti ai visitatori sono il gesto più antropologico di tutti: chiedono di annotare non solo proporzioni, ma sensazioni, profumi, vibrazioni. E’ etnografia diffusa.

Quando uno studente tedesco della IU International University misura un vicolo insieme a un ragazzo del Liceo Apolloni di Fano, non stanno facendo rilievo: stanno negoziando un significato condiviso dello spazio.

Il borgo diventa così ciò che è sempre stato nelle culture tradizionali: un maestro.

Non invisibile perché dimenticato, ma perché lo guardavamo con la categoria sbagliata, quella del PIL e non quella del senso.

La sociologia delle aree interne italiane racconta da trent’anni la stessa curva: spopolamento, invecchiamento, chiusura dei servizi.

Borghi Invisibili propone un’inversione di paradigma non ideologica ma operativa.

Il progetto, nato tra Metauro e Cesano con San Costanzo e Terre Roveresche, patrocinato dalle Pro Loco di Barchi e Orciano, non vende “borghi da cartolina”.

Costruisce infrastruttura culturale: mostre, laboratori sui materiali (terra cruda, legno, mattone), lezioni-concerto sul “suono delle forme”, residenze per tesi internazionali.

Ed è qui il punto sociologico: la cultura non è l’evento del weekend, è il motore di una nuova economia.

La “ricettività etica e sostenibile” di cui parla il comunicato non è ospitalità diffusa per turisti mordi-e-fuggi, è un patto.

Sei licei lasalliani useranno Palazzo Lenci per l’alternanza scuola-lavoro.

Artigiani locali forniscono materiali e saperi.

Meccano SpA porta R&D.

Studenti tedeschi portano sguardo esterno.

È cosmopolitismo dal basso, l’opposto della gentrificazione.

Non si importa un modello, si co-produce conoscenza.

Come dicono i promotori al lancio, il cantiere unisce «mani, idee, memoria e futuro» — una definizione quasi durkheimiana di fatto sociale.

Allora, perché Barchi?

Perché è il luogo dove la forma ideale ha già tentato di farsi pietra una volta, nel Cinquecento.

Oggi il tentativo si ripete, ma con una differenza cruciale: non c’è un principe che commissiona, c’è una comunità che apprende.

Borghi Invisibili non promette di salvare i borghi.

Promette di renderli di nuovo leggibili.

E la leggibilità, in tempi di intelligenza artificiale e crisi demografica, è la prima forma di resistenza.

[Photo credit Mauro Pigozzo]

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