Articolo di Ilaria Pisciottani

C’è qualcosa di estremamente inquietante nel concetto di “crimine di guerra”.
Si tratta di un’ipocrisia sconcertante, una distinzione che cerca di delineare una linea morale nel mezzo dell’orrore, cercando di separare ciò che è “accettabile” da ciò che è “inaccettabile” nel contesto della morte, della distruzione e della sottomissione.
Come se la guerra, il processo stesso di risolvere conflitti attraverso la violenza organizzata, non fosse il crimine fondamentale e più grave di tutti.
Le Convenzioni di Ginevra e gli altri trattati internazionali, pur avendo un’intenzione nobile sulla carta—quella di limitare la sofferenza, proteggere i civili e mantenere un barlume di umanità in mezzo alla barbarie—presentano una contraddizione.
Si stabilisce che bombardare un ospedale o uccidere prigionieri sia un crimine, così come l’utilizzo di armi chimiche. Ma l’atto di invadere un paese o bombardare una città, purché ci si concentri su obiettivi “militari”, è semplicemente considerato politica. Quella è guerra.
La realtà, con la sua ironia tagliente, ci costringe a confrontarci con questa ipocrisia.
Prendiamo, ad esempio, l’Iran. In un paese dove il regime reprime la dissidenza con la violenza, arrestando e uccidendo artisti, studenti e giovani che chiedono libertà, quello che è accaduto il 7 aprile 2026 rende il paradosso ancora più evidente.
Le autorità iraniane hanno lanciato un appello alla popolazione, in particolare ai giovani, affinché formino catene umane attorno alle infrastrutture vitali del paese. Questa iniziativa, promossa da Alireza Rahimi, segretario del Consiglio Supremo per la Gioventù e gli Adolescenti, è stata una risposta diretta alle minacce di Donald Trump di colpire strutture civili strategiche.
Sotto il nome di “Catena umana della gioventù iraniana per un domani luminoso”, l’invito comprende studenti, insegnanti, atleti e artisti, uniti per proteggere centrali elettriche e ponti, considerati “beni nazionali e patrimonio per il futuro dell’Iran”.
L’appello, che ha avuto luogo nel pomeriggio, sottolinea l’intento di usare la presenza civile come deterrente. La loro argomentazione, rivolta sia al mondo esterno che forse al regime stesso, è straziante nella sua chiarezza: il governo di Teheran ha affermato che colpire infrastrutture civili rappresenta un crimine di guerra secondo il diritto internazionale, citando lo Statuto di Roma.
Il paradosso, quindi, è che per difendersi da una violenza non ufficialmente definita “guerra”, sono costretti a ricorrere al linguaggio della guerra. Per proteggere la loro eredità e vita, devono appellarsi a norme concepite per i conflitti tra nazioni, sperando che ciò susciti un’indignazione che la loro sofferenza non è riuscita a generare.
Qui l’assurdità diventa evidente. Un gruppo di persone disarmate deve ricordare ai potenti del mondo e ai propri oppressori che distruggere un museo o una centrale elettrica è considerato più grave, secondo certi codici, rispetto a distruggere le loro vite e sogni.
La loro protesta non è solo un atto di coraggio; è una brillante e amara rappresentazione che smaschera un intero sistema: siamo giunti al punto in cui, per salvarci, dobbiamo fingere di trovarci in una “guerra giusta” e chiedere il rispetto delle sue “regole”.
Il contesto è ulteriormente complicato da una crescente tensione bellica tra Stati Uniti, Israele e Iran, con raid già effettuati su siti nucleari e petroliferi. Ironia della sorte, alcuni osservatori internazionali e media sottolineano che l’uso di civili per proteggere obiettivi militari o strategici è, di per sé, una violazione del diritto internazionale e può essere interpretato come l’impiego di “scudi umani”.
Anche il Segretario Generale dell’ONU, Antonio Guterres, ha avvertito gli Stati Uniti che attaccare infrastrutture civili è vietato, anche se tali siti possono essere considerati obiettivi militari, qualora il rischio di danni collaterali ai civili sia eccessivo.
La vera domanda, quindi, non è “cosa costituisce un crimine di guerra?”, ma piuttosto: “Perché la guerra stessa non è riconosciuta come il più grande crimine contro l’umanità?”.
La protesta iraniana, nella sua disperata ingegnosità, ce lo sta gridando. E il nostro sgomento è la prova che, in fondo, lo sappiamo già.
